L’Europa parla dell’importanza della formazione all’estero. La scuola italiana, invece, no.Non è solo un’affermazione, più o meno scontata, ma grazie ai dati riportati da un’importante ricerca ormai è una vera constatazione.

Lo dice il IV Rapporto dell’Osservatorio nazionale sull’internazionalizzazione delle scuole e la mobilità studentesca realizzato da IPSOS (Qui potete scaricare la presentazione: Dati_Abstract Ricerca Ipsos_IV_rapporto _osservatorio_per_cartelline). L’analisi conferma che meno del 40% degli studenti partecipa a un’attività internazionale organizzata dalla scuola.
Se da una parte l’istituzione non si sforza nell’incremento dello studio delle lingue e nelle proposte di internazionalizzazione, dall’altra i ragazzi dimostrano un interesse crescente verso queste attività.

Cresce, infatti, il numero degli studenti che riesce da solo a superare i confini: in 5.000 partono individualmente per costruire il proprio futuro. Alcuni si attivano cercando servizi privati che possano offrirgli l’opportunità di un semestre di studio all’estero o un’internship in aziende internazionali. Altri frequentano privatamente corsi di lingue o partecipano a viaggi studio (vedi tabella).  E il trend è in continua crescita. Noi di Career Paths abbiamo un approccio positivo e ottimista.

La critica all’apparato pubblico non serve a niente ed è una reazione che non ci appartiene. In questi dati noi vediamo, invece, tanta speranza. Perché? Perché le famiglie e i ragazzi cominciano, in questi anni, a guardare al futuro, ad aprire gli occhi sulla necessità di adeguare la propria formazione a quella degli altri stati europei, per diventare competitivi quando ci si affaccerà al mercato del lavoro.

In questi dati noi vediamo l’intenzione di crescere, di aprire la mente, di conoscere nuove culture, di imparare a mettersi in gioco già da giovanissimi, per avere le spalle larghe quando si diventerà grande.

Se questo cambiamento è davvero in atto, diamo per scontato che le istituzioni, seppur lentamente, dovranno adeguarsi alle esigenze dei cittadini. E forse la scuola e l’internazionalizzazione non saranno più due mondi paralleli.

 

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